Schlein e Meloni volano, è tornato il bipolarismo: Conte non esiste

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Per Giorgia Meloni è un successo straordinario, quasi impensabile. Non si era mai visto un partito che assume (per la prima volta) la guida di un governo e che dopo due anni anziché perdere – come è fisiologico – almeno il 3 o 4 per cento dei consensi ne conquista un 2 per cento abbondante.

Né si era mai visto un partito di destra-destra sfiorare il 30 per cento dei voti. La leadership della Meloni è fortissimamente consolidata, lo schieramento di centrodestra che governa l’Italia (unico tra i grandi paesi europei) difficilmente può essere scalzato nei tre anni che ci separano dalle prossime elezioni politiche.

Appunto, alle prossime elezioni politiche guarda Elly Schlein che ha vinto la sua seconda grande battaglia politica nello stesso modo nel quale aveva vinto la prima.

Dopo avere a sorpresa battuto Bonaccini alla corsa per la segreteria del Pd, un po’ più di un anno fa, aveva detto sorridendo: “non ci hanno visto arrivare…”.

Beh, anche stavolta è andata così. Fino a qualche mese fa nessuno al mondo pensava che il Pd potesse superare il 20 per cento. E invece il Pd si è avvicinato al 25 per cento, riducendo, anzi quasi dimezzando la distanza che lo separa dal partito di Giorgia Meloni.

E in questo nuovo quadro dei rapporti di forza si afferma in modo netto una situazione di bipolarismo di fatto dalla quale il partito di Giorgia Meloni e quello di Elly Schlein non possono che trarre vantaggi. Però la Schlein, da ieri sera, ragiona solo in termini di futuro.

L’orizzonte è quello che conta. E l’orizzonte si sa dove scende: scende all’estate del 2027, quando si tornerà a votare per le politiche. Tre anni giusti. Tre anni nei quali il Pd dovrà costruire una coalizione in grado di scontrarsi ad armi pari con la coalizione di destra. Ammenochè…

Ammenochè nel frattempo non cambi la legge elettorale e si torni al proporzionale. Come auspicano di sicuro il Pd e Forza Italia, ma come certamente non auspica Fratelli d’Italia.

In ogni caso alla fine di queste elezioni europee possiamo dire che un pezzetto di questa coalizione di centrosinistra è già pronto: Pd e Sinistra di Fratoianni e Bonelli sembrano assai vicini, e siccome tutti e due hanno guadagnato molto in percentuale, ora si trovano a comporre un blocco che supera il 30 per cento. Si parte da qui per costruire una maggioranza.

Lo vedono tutti. Ora bisognerà capire cosa succederà all’interno delle formazioni politiche dell’opposizione che sono state sconfitte l’altra sera. 5 Stelle, Renzi, Bonino e Calenda.

Prima di tutti i 5 Stelle. Che ormai sono sotto al 10. Rischiano di scendere ancora, perché è abbastanza chiaro che dopo la fiammata grillina di 10 anni fa, innescata da una spinta anarchica e di opposizione, oggi i 5 Stelle sono un partito che vive solo di governo.

Perciò da quando ha perso Palazzo Chigi e non ha più le mani sulla cassa di Stato, il suo potere di attrazione sugli elettori ha iniziato a squagliarsi. La leadership Conte sembra ormai conclusa.

Difficile che dopo questa nuova batosta Conte possa restare la suo posto. E il dopo-Conte di che colore è? Di sinistra, con Fico, o la Appendino disposti a riorganizzare una forza politica subalterna la Pd ma in grado di imporre alcuni dei suoi temi, e di fare da contrappeso a sinistra al Pd, su temi come pace e lavoro?

Oppure il dopo-Conte è un ritorno al qualunquismo di una volta, a Grillo, e dunque lontanissimo da un’alleanza di centrosinistra? Capite che la questione non è secondaria. E non so se potrà essere risolta prima dell’estate. E possibile persino pensare a una spaccature tra i 5 Stelle: due stelle e mezzo di qua, due e mezzo di là.

E poi c’è la questione di Renzi e Bonino e Calenda. Sconfitti per poche migliaia di voti, ma in modo pesantissimo. Decideranno di mettersi insieme, e di organizzare un partito moderato di centrosinistra in grado di reggere a qualunque quorum, oppure andranno in ordine sparso e in gran parte si faranno fagocitare da Tajani?

Le domande sono queste. È anche per rispondere a queste domande che bisognerà analizzare meglio il voto. Cercando di capire perché il Pd ha vinto al Sud e Meloni al Nord. E perché al Pd non è bastato essere il primo partito tra i trentenni.

E poi cercare di interpretare le preferenze. A destra l’unica cosa da capire – sul piano delle preferenze – è quanto abbia influito nel bene e nel male la candidatura di Vannacci. Se cioè è stata o no la candidatura che ha salvato la Lega. A sinistra bisognerà capire se il trionfo della sinistra è dovuto solo alla Salis o alla serietà pacifista di Fratoianni e Bonelli.

E poi bisognerà capire il trionfo di alcune candidature come quelle di Decaro, di Ricci, di Bonaccini, di Nardella, che hanno preso più preferenze della Schlein. La quale sicuramente ha il merito gigantesco di aver saputo tenere unito il partito e di avere scelto con generosità e saggezza le candidature giuste.

Un discorso a parte merita il risultato pazzesco di Decaro. Ex sindaco di Bari. Quasi mezzo milione di voti solo al Sud. Se calcolato in proporzione agli elettori è probabilmente il candidato più votato d’Italia. Più della Meloni.

Aveva subìto l’attacco alle spalle di Piantedosi, con la commissione di accesso che violava il suo Comune di Bari e minacciava lo scioglimento. Era stato bersagliato dalla stampa di destra e dalle inchieste di un po’ di piemme che avevano colpito vicino a lui.

Era stato attaccato dai 5 Stelle con cannoneggiamenti ad alzo zero. La risposta della gente è stata incredibile. Tutti con lui. Per la prima volta un’iniziativa politica forcaiola, a orologeria, faziosa, anziché portare a un risultato positivo per gli assalitori concede il trionfo all’assalto. Beh: povero Piantedosi, che schiaffo!

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